ROMA: "L’Italia è americana, ma ancora non lo sa

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(di Umberto Mucci) Negli anni ’80 alcune grandi personalità italiane e americane leader nei rispettivi business e protagonisti di importanti rapporti tra i due Paesi decisero di dare vita ad un club di alto prestigio che incrementasse scambi di contenuti, opportunità di sviluppo, momenti di riflessione comune. Si associarono grandi manager, imprenditori di successo e pensatori di grande respiro internazionale che rigorosamente a porte chiuse iniziarono a promuovere le possibilità di collaborazione, dando vita al Consiglio per le Relazioni tra Italia e Usa. Tra le molte attività, il principale evento italiano è l’annuale Workshop di Venezia, mentre quello americano è la conferenza che si tiene ogni due anni a New York, il prossimo dei quali è in programma per la metà del prossimo dicembre. Oggi il Consiglio promuove anche opportunità di crescita per i giovani leader dei due Paesi ed ha come punti di riferimento rispettivamente Sergio Marchionne in Italia e David W. Heleniak, Senior Advisor di Morgan Stanley, in America. Responsabile della comunicazione del Consiglio è Dennis Redmont, storica figura del giornalismo americano in Italia, docente, giornalista, consulente in tema di comunicazione. L’Opinione lo ha incontrato e lo ringrazia per la sua disponibilità.

Mr. Redmont, lei è in Italia da diversi anni, nel corso dei quali ha visto molti mutamenti del nostro Paese. Tra le molte cose che ha fatto, è stato direttore dell’Associated Press per l’Italia ed il Mediterraneo per ben 25 anni. Come sono cambiati i rapporti fra Italia e Stati Uniti – dal suo punto di vista – da quando è qui?

I rapporti tra i due Stati sono sempre stati ottimi, seppur costellati da piccoli alti e bassi in relazione al Presidente del Consiglio di turno. Ci sono stati dei momenti di crisi – ad esempio Sigonella, il Cermis, il rapimento di Abu Omar – ma tuttavia queste crisi sono state ricomposte rapidamente, e i buoni rapporti sono proseguiti costanti, direi con enfasi. Le critiche di qualche ambasciatore USA hanno dato fastidio ad alcuni, ma alla fine penso che siano state un oggetto di stimolo per l’Italia.

Nel corso della sua permanenza nel nostro Paese, a suo avviso si può dire che l’Italia sia diventata più o meno “americana”? E gli USA sono diventati più “italiani”, o al contrario?

A me sembra che l’Italia sia diventata più americana, ma che ancora non se ne renda conto. In questi ultimi anni la società italiana da un lato è diventata multietnica, fondamentalmente senza accorgersene; dall’altro, tuttavia, non ha adottato i metodi americani (come le scuole, il lavoro, le pari opportunità) per assorbirli appieno questa forza nel tessuto sociale.

Cos’è il Consiglio per le Relazioni tra Italia e Stati Uniti, e come opera?

Il Consiglio Italia-Usa è un’associazione privata e bilaterale fondata nel 1983 da David Rockfeller e dall’Avvocato Gianni Agnelli. Si occupa di promuovere e sviluppare i rapporti tra i due Paesi, con particolare attenzione su economia e finanza. L’idea che stava alla base era quella di rinforzare i legami ufficiali – cioè quelli diplomatici e accademici – e che le “blue chips companies”, le banche e il settore dei servizi dovessero fare la loro parte, pur restando in una dimensione completamente apolitica. Il Consiglio, tra le altre cose, organizza conferenze, incontri e workshop a cui hanno partecipato personalità come Joe Biden e Henry Kissinger, nonché grandi imprenditori italiani, europei e americani.

Abbiamo assistito, come ogni quattro anni, alla dimostrazione di una straordinaria capacità di democrazia e innovazione nel corso delle campagne elettorali per le recenti elezioni americane tenutesi il 6 novembre. Quali sono gli elementi comunicativi, tecnici e promozionali che potrebbero essere trapiantati nel nostro Paese, e quali invece quelli così tipicamente americani da non essere applicati anche qui?

Per quanto riguarda gli elementi comunicativi, mi sembra che in Italia non ci siano ancora la competenza, la capacità o più semplicemente la volontà di sfruttare al massimo i social media. Sia chiaro: questi strumenti non sono ancora decisivi per vincere un’elezione, ma hanno ormai assunto un’importanza capitale nella gestione tecnica e promozionale di una campagna, e in questo senso il team di Obama ha svolto un ottimo lavoro (basti pensare alla famosa foto dell’abbraccio con Michelle, la più condivisa nella storia dei social network). Sugli aspetti tipicamente americani, invece, credo che sia difficile trapiantare la potenza di fuoco che è stata dispiegata su televisioni e mainstream media, anche per un discorso economico-legale. I due candidati, secondo quanto dimostrato da alcune società di ricerca, hanno prodotto nell’insieme più di un milione di spot pubblicitari, con un incremento del 50% rispetto alle scorse elezioni, che già erano state “pesanti” sotto questo punto di vista. Infine, si è trattata anche di una campagna molto aggressiva, con molti colpi bassi, polemiche e accuse reciproche tra gli sfidanti. Ecco, mi pare che questo aspetto sia invece applicato alla perfezione dai politici italiani.

Per concludere, perché gli americani amano tanto l’Italia, nonostante tutti i nostri guai?

Per gli americani l’Italia è la culla della loro cultura e civiltà. È quasi come la Gran Bretagna, ma con più emozione nella relazione. Gli artisti e i personaggi storici italiani sono delle icone, e tutta la cultura italiana è amata – a partire dal cibo per arrivare a storia e letteratura. Dietro alla creatività culturale, tuttavia, gli italiani non sono mai riusciti a mostrare la loro potenza manifatturiera all’opinione pubblica internazionale.

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