Roma / L’infinita contesa tra Israele e Palestina

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zizza(di Antonio Zizza)  Il mio lavoro, a differenza di altri media, non è solo quello di raccontare gli eventi che, in questo momento una parte del mondo sta vivendo, bensì di ripercorrere le tappe più importanti che hanno portato all’attuale situazione in medio oriente.

Il conflitto tra Israele e Palestina, infatti, è generato da cause che esulano dalle classiche motivazioni che provocano conflitti. Non vi è altro caso al mondo che si possa paragonare alla situazione tra questi due popoli e non vi sono precedenti storici in tempi moderni a cui potersi rifare per la soluzione. I primi conflitti tra israeliani e palestinesi trovano origine già alla fine dell’800, e dagli inizi del XX secolo iniziarono i primi movimenti nazionalistici veri e propri. Ma fu dopo la seconda Guerra mondiale che, in maniera massiccia, molti ebrei si trasferirono in Palestina, terra abitata da arabi, musulmani e cristiani, iniziando a generare una “questione palestinese” a tutti gli effetti. Il problema, quindi, giunse nelle mani delle Nazioni Unite che, con la risoluzione ONU n. 181 del 29 novembre 1947, previde due stati indipendenti e sovrani. Fu così che un popolo senza terra, vittima di una delle più feroci persecuzioni della storia, si vide riconosciuto in vero e proprio Stato.

Analizzando le motivazioni che spinsero gli ebrei a trasferirsi in massa in Palestina, tuttavia, è facile comprendere che essi furono spinti dal desiderio di occupare una terra che duemila anni prima era occupata dai propri antenati, risultando, però, quasi come un’invasione. E questo è il punto di vista degli arabi, ovvero quello di considerare gli israeliani come degli invasori da combattere, anche se essi andarono via volontariamente e non per costrizione. Per assurdo, lo stesso ragionamento viene fatto dagli israeliani; cioè lo stato di Israele ormai esiste, ha il diritto di esistere e, per di più, è riconosciuto dagli altri stati.

D’altronde tutto il mondo, seppur in disparte partecipa agli eventi, cercando di mediare o di aiutare gli uni e gli altri. Prima nazione tra tutti sono gli Stati Uniti, che hanno sempre appoggiato Israele, mentre i Sovietici hanno sempre aiutato i Palestinesi; gli stati europei, invece, hanno sempre assunto una posizione più moderata, cercando di salvaguardare i rapporti commerciali con tutti gli Arabi. Pertanto, ripercorrendo i primi venticinque anni di conflitti, nel 1948 scoppiò la prima guerra arabo-israeliana, mentre nel 1956, grazie all’intervento di Francia e Inghilterra, si riuscì ad evitare lo scontro diretto. Nel 1964 nacque l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) con Yasser Arafat, che si proponeva come obiettivo l’indipendenza dello stato palestinese e l’eliminazione di Israele sul piano politico, militare e sociale. Tre anni dopo, nel 1967, la terza guerra – detta dei Sei Giorni – che vide la vittoria degli israeliani su tutti gli stati arabi entrati nel conflitto, con la conquista del Sinai, delle alture del Golan, l’invasione della Cisgiordania e l’occupazione della striscia di Gaza (che durerà poi fino al 1994).

Nel 1973 la guerra del Kippur vide l’Egitto, la Siria e la Giordania attaccare Israele, durante i festeggiamenti per il digiuno sacro, ottenendo dei primi successi, subito annullati dalla reazione israeliana che portò l’esercito ad attraversare il Canale di Suez, fermato poi dagli interventi internazionali.

Successivamente, durante gli anni ’70 e ’80, vi furono molti episodi di terrorismo, anche negli stati considerati alleati di Israele, con cui i palestinesi cercarono di piegare la prepotenza israeliana che rispose con dure repressioni e con ripetute invasioni del Libano. La “questione palestinese” diviene anche una questione religiosa, con l’intento di liberare Gerusalemme dalle influenze occidentali, aprendo la strada al fondamentalismo islamico. Arrivarono i primi tentativi di intesa, con gli accordi di Camp David del 1978, che nulla riuscirono ad ottenere di definitivo. Successivamente è stato tutto un susseguirsi di attentati contro gli israeliani, seguiti da altra invasione del Libano, e da una spaccatura all’interno degli stessi palestinesi, causa di una divisione in due territori, Gaza e West Bank, governati da opposte fazioni.

Tra il 1987 e il 1988 nasce Hamas, un’organizzazione paramilitare islamica che si prefigge l’annientamento di Israele, mentre nel ’93, con gli accordi di Oslo, si stabilisce il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza. Per giungere sino ai giorni nostri, che con la recente ripresa delle ostilità tra i due popoli, il bilancio delle vittime è risultato essere superiore alle 600 persone, in soli 15 giorni.

Tra le molte voci autorevoli che si levano sulla questione, ricordiamo quella del portavoce dell’ufficio ONU per gli Affari Umanitari (Ocha) James Laerke, il quale afferma: “a Gaza non vi è letteralmente alcun posto sicuro per i civili”. Invece il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, rifacendosi forse alla Pacem in Terris di papa Giovanni XXIII, dice: “smettete di combattere e iniziate a dialogare”.

Se da una parte quindi troviamo l’Onu e le tanti voci autorevoli, dall’altra troviamo anche piccole ma importanti voci che partono dalla nostra amata Irpinia. La prima è quella del vice-presidente della MIBC, Francesco Varricchio, il quale dinanzi a tale disastro consiglia alla solidarietà e alla pace, dicendo: “non possiamo rimanere indifferenti davanti ad un fenomeno non nuovo. Oggi non basta solo promuovere la pace, ma bisogna diventare suoi costruttori. La chiesa, infatti, afferma il dovere di difendere gli innocenti e da ben 47 anni ogni primo di gennaio celebra la giornata mondiale della pace, che è senz’altro frutto di giustizia e di carità”.

Un altro parere importante è quello dello scrittore e consigliere del comune di Bonito, Valerio Massimo Miletti, il quale ricordando il ruolo della politica e del bene comune che essa deve trarre,  afferma: “i governati di tutti gli stati dovrebbero fare un esame di coscienza, mettendo da parte per una volta gli interessi economici, e adoperandosi esclusivamente per la salvaguardia pace e per l’incolumità di centinaia di persone che da troppo tempo aspettano solo di poter vivere tranquillamente la propria vita”.

A parere di chi scrive bisogna eliminare ogni barriera di dominio e far si che ogni uomo abbia un angolo della terra in cui vivere e realizzarsi liberamente, senza che nessun altro influisca. Inoltre, sempre a parere di chi scrive, occorrerebbe uno “sforzo” da parte di tutti per accantonare l’odio e il rancore atavico. Solo così, forse, si potrebbe auspicare una pace duratura e attesa da ormai da troppo tempo”.

 

 

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