Napoli / Il Bacio Azzurro: Un film il cui surplus qualitativo sta nell’efficace composizione narrativa tra il realistico e il visionario.

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valerio-capraradi Valerio Caprara ( da Il Mattino del 29/12/2015) Non si propone di seguire la scia dei documentari che stanno ottenendo inattese vittorie nei festival, perché “Il bacio azzurro” è un’opera sui generis, una docu-fiaba in cui il montaggio gioca un ruolo decisivo saldando i temi espliciti e impliciti concepiti dal soggetto e la sceneggiatura. Il regista irpino Pino Tordiglione, già autore per Rai1 di “Teresa Manganiello – Sui passi dell’amore”, infatti, ha lottato e sta continuando a lottare affinché la sua creatura –una coraggiosa coproduzione tra Invidea Network e ACS con il supporto di sponsor locali e nazionali che ha già ottenuto il prestigioso patrocinio dell’Onu e dell’Unesco- ottenga la più ampia diffusione possibile in nome e per segno della sua “protagonista”, ovvero un bene prezioso e un elemento di vita insostituibile per l’intera umanità come l’acqua. Ispirandosi nel titolo a una poesia di Lorca dedicata alla pioggia (“il bacio azzurro che riceve la terra/il rito primitivo che si rinnova…”), il film conduce lo spettatore attraverso le vicende di uno sveglio decenne dalla famiglia un po’ complicata tra le sorgenti idriche di Cassano, Montella, Volturara, Caposele, non solo valorizzate nella loro importanza di polmone verde della Campania e secondo bacino acquifero del mondo, ma soprattutto utilizzate come archetipi di un viaggio esoterico e spirituale.

Accanto al piccolo Lorenzo D’Agata danno il loro professionale contributo attori come Remo Girone nella parte del nonno che all’acquedotto dell’Alto Calore ha consacrato l’esistenza, Sebastiano Somma in quella del padre amato e assente, Morgana Forcella in quella dell’affettuosa madre separata e un appesantito quanto divertito Claudio Lippi in quella del maestro elementare: però l’originalità dell’operazione più che dalla classica struttura del racconto-nel-racconto, è garantita dallo stile ampio e fluido con cui sembra che “parlino” spontaneamente i paesaggi, i colori, i rumori, i fenomeni atmosferici. E se il cosiddetto messaggio ne risulta nobilitato, ma non approfondito (è vero che l’acqua è di tutti e non deve essere resa schiava del profitto, ma è altrettanto vero che la sua migliore utilizzazione e distribuzione prevede dei costi, un’aggiornata manutenzione tecnologica e la salvaguardia dai disastri che provoca spesso la natura non addomesticata), il surplus qualitativo sta nell’efficace composizione narrativa tra il realistico e il visionario. Grazie a cui persino la voce di Amii Stewart che ha scritto e musicato il brano che accompagna i titoli di coda sembra scorrere al ritmo primordiale, magico e salvifico dell’acqua.

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