In dialogo con Mons. Sergio Melillo

0

Nella diocesi di Ariano Irpino – Lacedonia mancano solo tre giorni al XXXVII Convegno Pastorale Diocesano e già l’aria che si respira è un’aria di grosse aspettative e soprattutto di ascolto; qui troviamo una Chiesa che prima di offrire soluzioni si mette in ascolto della sua gente per capire al meglio quelle che siano le esigenze della comunità irpina.

Alla luce di quello che sarà il prossimo Sinodo dei Vescovi sui Giovani che interesserà la Chiesa tutta, la diocesi di Ariano Irpino – Lacedonia, di cui è titolare il Vescovo Mons. Sergio Melillo, si propone con una importante novità: un convegno pastorale dedicato esclusivamente ai giovani.
Al convegno prenderanno parte persone di spicco come Mons. Antonio Mastrantuono, docente di Teologia Pastorale presso la Pontificia Università Lateranense e Vice Assistenze Nazionale di Azione Cattolica o come Don Michele Falabretti, direttore del Servizio Nazionale di Pastorale Giovanile.

Noi della PT Agency News per capirne di più abbiamo sentito, in esclusiva per voi lettori, Mons.Sergio Melillo.

1. Eccellenza, tra pochi giorni la diocesi di Ariano Irpino – Lacedonia si troverà dinanzi al XXXVII convegno pastorale diocesano, che in sintonia con il Sinodo dei Giovani, si concentrerà principalmente sulle nuove generazioni.
Lo slogan che lei ha scelto per questo XXXVII convegno diocesano è denominato “Abitare la città, Abitare la vita”. Possiamo chiederle del perché ha scelto queste parole?

- Ho scelto queste parole, anzitutto, perché ritengo fondamentale riscoprire la nostra appartenenza con particolare riferimento ai luoghi dove viviamo. Questo desiderio, a volte vago, di restare, di fatto si trasforma in una situazione di quasi fuga, dal momento che, soprattutto i giovani, si trovano dinanzi a difficoltà sostanziali al fine di trovare il proprio futuro.
Pertanto, con questo convegno diocesano c’è in primo luogo il desiderio di valorizzare tutte le potenzialità che esistono sul nostro territorio a partire da quella costitutiva che per noi cristiani è la fede, e poi, in secondo luogo, anche perché abitare la città significa portare l’immagine della fede cristiana, quindi, abitare la vita e valorizzare la vita stessa, una vita che oggi è diventata svuotata da quell’essenza spirituale e sociale che ha reso possibile lo sviluppo culturale, affettivo, economico e politico delle nostre realtà.

2. Nel ricco programma che riempirà le quattro giornate di convegno diocesano c’è una cosa che mi ha subito colpito e che porta a differire questo convegno pastorale dai precedenti: l’aggiunta del momento “in dialogo” con i giovani.
Ciò è sintomo di una Chiesa che parla ma che soprattutto ascolta. Come lei pensa di strutturare questo momento di dialogo con i giovani? Quali le aspettative?

- Partiamo con il dire che il compito della Chiesa, così come diceva il beato Paolo VI, è essere esperti in umanità. Questa esperienza la si acquista sul campo attraverso l’ascolto delle persone, soprattutto alla luce di in tempo, quale viviamo, in cui si ascolta poco.
La prima attenzione, quindi, è quella capire il cuore delle persone ed in modo particolare di quelle che sono le future generazioni.
Pertanto, questo momento molto importante del convegno diocesano sarà soprattutto dedicato ad un ascolto che non si limita all’essere generico ma che parte da quell’esperienza grande che ognuno di noi ha fatto e che continua a fare, ossia il rapporto con il Signore attraverso la vita cristiana.

Per quanto riguarda le mie aspettative su questo momento di “dialogo con i giovani” sono soprattutto quelle di tracciare nuove linee pastorali al fine di individuare nuove strategie pedagogiche ed educative per aprire un dialogo con le nuove generazioni.

3. Eccellenza, sappiamo che uno dei problemi che colpisce i giovani oggi è la precarietà. Viviamo in una società in cui, oltre al lavoro, sembra che anche i sentimenti, i valori, e a volte la stessa fede, sia precaria.
Quale antidoto lei consiglia per questo male che colpisce la società giovanile dei nostri giorni? Quale messaggio di speranza rivolge ai giovani?

- È bene rispondere sempre con il messaggio che traiamo da quello che è il patrimonio, ovvero il tesoro, della pagina sacra del Vangelo: l’avere il coraggio di vivere il futuro e di accettare li sfide che la vita ci offre.
Le parole, divenute slogan, utilizzate da Papa Francesco, per quanto riguardano il non farsi rubare la speranza significano acquistare quella che è la capacità critica, nel senso positivo del termine, per interrogarsi di quelle che sono le proposte offertoci dalla società odierna. La società di oggi si pone in quella precarietà in cui la stessa precarietà diventa un oggetto di consumo. È bene comprendere che il precario ed il consumo sono legatissimi: entrambi sono nati da una società che non stabilisce regole, eccetto quella in cui si statuisce che tutto ciò che abbiamo è fugace e provvisorio, per cui, la soluzione offerta dalla società odierna è il consumare ed il commercializzare tutto.

Il messaggio di speranza che rivolgo ai giovani, come detto poc’anzi, è il Vangelo. Gesù parla al cuore dei giovani e dice loro: “Va, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”(Cfr. Mc 10, 21) .
Detto in altre parole Gesù dice ai giovani: distaccati dalla precarietà, dalla paura e seguimi!

4. Ecco, è proprio sulla paura che vorrei soffermarmi e richiamare la sua attenzione. L’instrumentum Laboris della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, parlando di paura richiama la freddezza, la mancanza di empatia, la mancanza di coraggio e di forza di fronte ai rischi.
Lei, che come pastore è molto vicino ai giovani della sua diocesi, crede che questi sintomi siano tipici anche nei giovani della diocesi della quale è titolare? Se si, cosa direbbe ad essi per liberarsi da queste paure?

- La paura di prendere scelte importanti è senz’altro un sintomo che riguarda questa generazione, e quindi, anche la generazione della nostra piccola comunità diocesana.
È la precarietà stessa che, insieme alla sua logica del consumo, ci conducono alla paura di rischiare e di affrontare la vita.

Per liberarsi da queste paure non c’è una ricetta fissa, però, posso invitare i giovani ad avere coraggio, un coraggio che in altre parole è stato lo stesso che hanno avuto in passato le generazioni che ci hanno preceduto.

5. Nella sua lettera di invito al XXXVII convegno diocesano lei, richiamandosi alla mancanza di fiducia da parte dei giovani, scrive: “la scarsa fiducia oggi si palesa nella fuga dai territori e in un calo della natalità”.
Come risponde la Chiesa di Ariano Irpino – Lacedonia dinanzi a questo carcinoma che in questi anni sta colpendo le genti di tutto il mondo e nello specifico di questa terra irpina?

- Innanzitutto partiamo con il dire che oggigiorno ci troviamo dinanzi ad un territorio che sembra essere diventato inospitale, dove per territorio inospitale non mi riferisco alla mancanza di accoglienza, ma alla mancanza di spazio e di prospettive future tali da permettere i giovani di impiantarsi in questa terra. È proprio dinanzi a questa inospitalità, che legata alla paura di non disporre risorse sufficienti per il sostentamento, che porta le nuove generazioni ad emigrare altrove o a rinunciare a mettere su famiglia, e quindi, comportare di conseguenza ad un calo della natalità.

La proposta che fa la Chiesa di Ariano Irpino – Lacedonia dinanzi a questa esigenza di fiducia è quella di essere prossimi e vicini alla loro gente, proprio come fa una vera comunità cristiana. La comunità cristiana, infatti, non è una comunità che si lega solo a celebrazioni e tradizioni, ma è una comunità che entra nella vita delle persone, soprattutto in quella dei poveri, dei giovani e di quelli che sono gli ultimi.

6. Eccellenza, nel ringraziarla di queste parole e del prezioso tempo dedicatoci, concludiamo questa nostra intervista con un invito da lei rivolto.
Premettiamo con il dire che, come più volte ribadito dal Santo Padre Francesco, protagonisti di questo Sinodo sono i giovani. Ciò lascia presupporre che il convegno diocesano, oltre a rivolgersi a tutta la comunità, dedica particolare attenzione ai giovani e volge loro un invito speciale.
Ecco, se lei, in due parole, dovesse invitare un giovane a partecipare al convegno diocesano piuttosto che trascorrere , ad esempio, quattro giorni di mare, cosa direbbe a questo giovane?

- Anzitutto partirei con il dire che già il termine convegno può indurre ad un invito assembleare di incontri e di scambio di pensiero.
Io credo che un giovane debba ritrovare la gioia di stare insieme, quindi, questo convenire, questo mettersi in discussione è un’opportunità da non perdere.

Il convegno è l’occasione giusta dove si può parlare ed essere ascoltati nello stesso tempo. Lo scopo di questo convegno, dedicato ai nostri giovani, è appunto quello di contribuire con la Chiesa a trovare insieme una strada, un camino comune.

Ringraziando ancora una volta ancora S.E.R. Mons. Sergio Melillo, rivolgiamo a voi tutti, sopratutto giovani della diocesi di Ariano Irpino – Lacedonia a prendere parte a questo evento irripetibile. Attraverso questo momento diocesano la Chiesa non fa altro che tendervi la mano: ora sta a voi se lasciarvi tirare al largo o rimanere attraccati al porto.

Antonio Zizza

In allegato il file PDF contenente tutti i momenti del prossimo Convegno.
convegno-diocesano-2018-brochure-3

Share.

Comments are closed.